Con il Pnrr in scadenza entro poche settimane, il nuovo presidente dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili avverte: alcune norme del piano governativo possono rendere insostenibili gli investimenti privati e compromettere l’attuazione della direttiva europea sulle abitazioni a basso impatto. La posta in gioco riguarda posti di lavoro, cantieri aperti e gli obiettivi di efficienza energetica fissati dall’Ue.
Secondo la fotografia fornita dalla guida appena nominata dell’Ance, il settore edile ha smesso di essere marginale: oggi pesa intorno al 12% del Pil e, considerando l’intera filiera — materiali, impiantistica e servizi collegati — arriva a toccare circa il 20%. Complessivamente gli investimenti pubblici e privati si aggirano sui 200 miliardi di euro e l’occupazione ha raggiunto livelli record, con circa 1,6 milioni di addetti e un flusso di nuove assunzioni che supera le 70.000 unità l’anno dal 2020.

Il bilancio sul Pnrr è in gran parte positivo: molte opere sono state avviate e il sistema di coordinamento centrale ha consentito di far dialogare migliaia di soggetti attuatori, anche nelle amministrazioni meno strutturate. Ma il Piano non si ripeterà e l’appello è a trasferire quel modello di governance ai fondi strutturali e di coesione, la cui spesa resta ancora bassa (attorno al 30%) e molto disomogenea sul territorio.
Il tema più urgente, tuttavia, riguarda la tenuta finanziaria delle imprese. Il governo ha previsto un fondo per compensare gli extracosti dovuti a shock geopolitici e alla volatilità delle materie prime, ma restano a oggi da riconoscere alle imprese quasi 2 miliardi di euro relativi ai lavori 2024-2025. Le risorse della legge di Bilancio 2026 — circa 500 milioni — sono insufficienti e operate con disponibilità solo dal 2027, creando un buco temporale per aziende che hanno accelerato i cantieri per rispettare le scadenze del Pnrr.

Alla pressione sui bilanci delle imprese si sommano le tensioni sui prezzi di materiali come bitume e prodotti plastici, con rialzi che in alcuni casi si avvicinano al 50%. Il rischio è di trovarsi ad affrontare una crisi dentro un’altra crisi se non arrivano interventi immediati.
Il credito resta un freno strutturale: nel 2007 il sistema bancario destinava al settore edilizio circa 52 miliardi; nel 2024 quella cifra era scesa a poco più di 10 miliardi. Gli investimenti sono tornati ai volumi pre-crisi, ma il sostegno finanziario è molto ridotto. Senza un recupero della capacità di finanziamento — per le imprese e per le famiglie che acquistano casa — la crescita del settore rischia di bloccarsi.

- Richieste immediate: stanziamenti per gli extracosti, estensione della disponibilità delle risorse al 2026, applicazione del modello di governance del Pnrr ai fondi strutturali.
- Misure per il credito: strumenti pubblici e garanzie per ricostruire fiducia delle banche verso imprese e mutuatari.
- Incentivi stabili: un orizzonte di almeno dieci anni per gli strumenti fiscali rivolti alla riqualificazione energetica.
- Flessibilità nelle norme: revisione dei vincoli urbanistici e delle percentuali imposte all’edilizia convenzionata per evitare interventi non sostenibili fuori dai grandi mercati.
Sul versante abitativo il ritorno del tema casa nell’agenda politica è valutato positivamente, ma le risorse previste dal Piano nazionale per l'abitare — circa 10 miliardi fino al 2034 — sono viste come un primo passo. L’Italia dispone di una quota molto limitata di edilizia residenziale pubblica (poco più del 3% del parco abitativo), mentre in altri Paesi europei la quota supera abbondantemente il 15-20%. Secondo le stime, sono oltre 600.000 le famiglie in lista d’attesa per un alloggio pubblico; molte altre si trovano in una fascia intermedia che non accede alle case popolari ma non riesce a sostenere i costi del mercato privato.
Alcune prescrizioni del Piano Casa preoccupano: ad esempio, l’obbligo di destinare almeno il 70% della superficie ad edilizia convenzionata può rendere non remunerativi i progetti in mercati locali meno appetibili, mettendo a rischio la fattibilità economica degli interventi fuori da metropoli come Milano e Roma.
Quanto alla direttiva europea sulle Case Green, per l’Ance rappresenta un’opportunità strategica: migliorare l’efficienza energetica significa consumi più bassi, valore immobiliare più alto e città meno inquinate. Il nodo è il ritmo richiesto. Dopo il Superbonus, che ha permesso interventi su circa 500.000 edifici, per rispettare gli obiettivi comunitari entro il 2035 servirebbero interventi su circa 1,8 milioni di edifici. Per questo motivo l’associazione chiede un approccio graduale e un sistema di incentivi prevedibile e pluriennale.
Il neo presidente indica due linee guida per il mandato: rafforzare il settore su aspetti fondamentali come sicurezza, legalità, formazione e bilateralità, e promuovere una programmazione pubblica degli investimenti più stabile ed efficiente. Solo così, sostiene, le imprese potranno progettare e investire con orizzonti di medio-lungo periodo.
Le scelte che verranno prese nei prossimi mesi determineranno se il settore riuscirà a mantenere il passo: senza misure correttive immediate e senza un quadro di incentivi credibile, rischiano di fermarsi investimenti privati vitali per gli obiettivi climatici e per migliaia di posti di lavoro.
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Giornalista esperto, Alessandro Bianchi guida il lettore nell’attualità italiana e internazionale con passione e precisione. Il suo approccio didattico rende l’informazione accessibile a tutti.