Futuro Lessicale: “ArchitettA”, il Termine Corretto da Adottare

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Il termine appropriato
È corretto utilizzare il termine architetta per definire una donna che lavora nel settore dell’architettura. Paolo d’Achille, esperto in linguistica, sostiene: «È grammaticalmente accettabile derivare forme femminili da nomi maschili, come avviene per maestro e maestra dal latino. Quindi, chiamare una donna laureata in architettura architetta è perfettamente legittimo. Nonostante non ci sia un’imposizione, il termine è indiscutibilmente corretto».
Le resistenze al cambiamento
Anche se il termine è corretto, non mancano le difficoltà, come il ‘suono’ della parola stessa.
«In alcune discussioni – aggiunge Paolo d’Achille – ho notato che alcune donne si oppongono al termine poiché potrebbe essere motivo di scherno. Inoltre, c’è un retaggio culturale che vede le forme maschili come più prestigiose, e alcune donne potrebbero preferire mantenere il termine maschile per questa ragione».
Un altro ostacolo significativo è rappresentato dalle professioniste che, dopo anni di carriera, sono abituate a essere chiamate architetto e non vedono l’importanza del cambio di denominazione come un elemento chiave per l’uguaglianza di genere. Isabella Maruti commenta: «Le reazioni al cambiamento del titolo professionale, specialmente tra le donne più anziane che sono state chiamate architetto per decenni, tendono a minimizzare l’importanza di questa modifica. Non tutti comprendono che questo fa parte di un discorso più ampio che indica un movimento verso una certa direzione».
La situazione pratica
Attualmente, le architette si trovano spesso a ricevere timbri con la denominazione maschile dagli Ordini professionali; solo in alcune città come Milano, Napoli, Foggia e Bergamo è possibile ottenere il timbro con la dicitura femminile se esplicitamente richiesto.
«L’iniziativa individuale è positiva – osserva Isabella Maruti – ma sarebbe ideale che a livello nazionale i timbri venissero corretti automaticamente, senza che ogni volta debba essere l’ordine locale a promuovere questa modifica. Questo dovrebbe diventare una prassi abituale, una conseguenza naturale della consapevolezza sulla sua correttezza».
Promuovere il cambiamento
Come possiamo incoraggiare questo cambiamento nel quotidiano? Il professor Paolo d’Achille suggerisce: «La soluzione sta semplicemente nell’usare il termine. Inizialmente, questi femminili possono sembrare strani o ridicoli, ma col tempo e con l’uso diventano normali. Ad esempio, all’Università Roma Tre, quando per la prima volta è stata eletta una donna a rettore, si parlava di rettore per tutto il suo mandato. Negli anni recenti, con un numero crescente di donne nell’università, il termine rettrice è diventato comune. È una questione di coraggio nell’usare il termine corretto, che porterà alla sua accettazione».

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L’uso del termine sindaca è stato normalizzato grazie all’attenzione mediatica su figure come Virginia Raggi a Roma e Chiara Appendino a Torino. Se ci fosse una architetta particolarmente nota, probabilmente vedremmo un impulso simile».

Silvia Garambois, presidente di GiULiA – Giornaliste Unite Libere Autonome, sottolinea l’importanza di scuola, burocrazia e media come pilastri della nostra lingua: «Fino a quando nelle scuole non si insegnerà a superare un linguaggio obsoleto, fino a quando la burocrazia continuerà a richiedere alle donne di compilare moduli non adatti, e fino a quando i media continueranno a cadere in contraddizioni linguistiche, sarà difficile avanzare. Tuttavia, molto è già stato fatto. Ora spetta anche alle architette affermare la loro identità professionale attraverso insegne, convegni e persino come studentesse all’università».
Il contributo dei media
I media giocano un ruolo cruciale nel facilitare l’evoluzione della lingua. Sono stati decisivi nel normalizzare l’uso del termine sindaca negli ultimi anni e potrebbero svolgere un ruolo simile anche per il termine architetta. Silvia Garambois risponde: «Rispettando la grammatica italiana. Per esempio, se qualcuno non avesse mai visto una foto di Gae Aulenti, come avrebbe potuto sapere che fosse architetta e non architetto, se i giornali non l’avessero definita correttamente?».

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