Mps avvantaggiata dal riassetto di Mediobanca: offerta Intesa non ne blocca la crescita

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Il consiglio di amministrazione di Monte dei Paschi ha dato il via libera unanime a un piano che riscrive la struttura del gruppo: le attività di investment e private banking, assieme a filiali estere e a una quota significativa in Generali, saranno separate e riportate nella controllata oggi nota come Mediobanca Premier. La decisione arriva in piena fase di trattativa sul destino della banca, con l’offerta di Intesa Sanpaolo che rende questi passaggi decisivi per il valore e il controllo della capogruppo.

La mossa approvata e come verrà realizzata

Il piano prevede lo scorporo delle divisioni di investimento e private banking dalla holding principale e il loro conferimento nella società attualmente chiamata Mediobanca Premier (l’ex CheBanca), che assumerà il nuovo nome di Mediobanca spa. Contestualmente è prevista una scissione parziale della stessa Premier a favore di Wise Dialog Bank (ex Widiba), alla quale saranno trasferite le reti di consulenti finanziari originarie di Mediobanca.

La fase successiva obbligatoria è la fusione della nuova Mediobanca in Mps, un’operazione che dovrà ottenere il via libera dalle assemblee straordinarie previste entro settembre. La governance indica come obiettivo il completamento della riorganizzazione entro l’anno.

Tempistiche, consulenze e posizione del board

Il piano, presentato dall’amministratore delegato Luigi Lovaglio, era già al centro del programma industriale esposto a febbraio e oggi ripreso con decisione nonostante le recenti tensioni sul rinnovo del consiglio. Al board hanno partecipato consulenti finanziari e legali di primo piano: tra gli advisor figurano UBS e Bank of America per le valutazioni finanziarie, oltre agli studi legali incaricati per gli aspetti contrattuali e regolamentari.

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La votazione è stata unanime, ma il consiglio non ha ancora preso posizione definitiva sui possibili scenari di fusione o su offerte concorrenti: le attività di analisi sulla proposta di aggregazione presentata da Banco BPM e sull’opas di Intesa Sanpaolo sono ancora in corso.

Perché questa decisione conta adesso

Il contesto è quello di un’opa lanciata da Intesa Sanpaolo con il supporto di Unipol, che ha cambiato le carte in tavola. Se l’operazione di riorganizzazione e fusione si concretizzerà, a Siena potrebbe riconoscersi un valore aggiuntivo legato all’incorporazione di una partecipazione rilevante in Generali: si parla di una quota intorno al 13% il cui controvalore di mercato si aggira sui 2,9 miliardi agli attuali corsi azionari.

Per gli analisti questo può essere interpretato come una mossa sia di valorizzazione sia di protezione contro manovre esterne: modificando la distribuzione degli asset, il gruppo aumenta la leva negoziale rispetto alle offerte in campo.

Le alternative e il ruolo dei grandi soci

Tra le opzioni emerse sul mercato c’è il progetto di Banco BPM, che punta a creare un “secondo polo” bancario nazionale con sinergie stimate in circa 1,1 miliardi pre-tasse. Tuttavia diversi osservatori mettono in dubbio la fattibilità pratica di questa strada, soprattutto alla luce della propensione al voto dei principali azionisti di Siena.

I grandi soci — tra cui Delfin e Caltagirone — insieme a numerosi fondi internazionali sarebbero infatti orientati verso l’offerta di Intesa, rendendo meno probabile l’approvazione in assemblea di una fusione con Banco BPM. Anche l’ipotesi di un takeover guidato da Castagna si presenta complessa, sia per la capacità finanziaria di Intesa sia per la possibile opposizione di Crédit Agricole, primo azionista di Banco BPM con una quota prossima al 29,9%.

  • Per gli azionisti: potenziale rivalutazione del titolo se il piano e la fusione valorizzano la quota in Generali.
  • Per i clienti e i consulenti: riorganizzazione delle reti e possibili trasferimenti di portafogli verso Widiba.
  • Per il mercato: modifica degli equilibri competitivi tra grandi gruppi bancari italiani.
  • Prossimi step regolatori: voti assembleari entro settembre e autorizzazioni necessarie per completare le operazioni entro l’anno.

Il quadro resta fluido: la decisione del board segna un’accelerazione operativa, ma l’esito finale dipenderà dall’evoluzione delle offerte esterne e dalle scelte dei soci di riferimento. Per ora, la strategia cerca di coniugare valorizzazione degli asset e prudenza negoziale, mentre il mercato osserva gli sviluppi con attenzione.

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