Una inchiesta giornalistica sostiene che, poco più di una settimana prima dell’offensiva dell’8-7 ottobre 2023, il presidente degli Emirati Arabi Uniti avrebbe avvertito il primo ministro israeliano di un imminente attacco di Hamas: se confermato, il presunto mancato inoltro dell’allerta ai servizi di sicurezza rilancia la polemica politica a poche settimane dal voto fissato per il 27 ottobre. La rivelazione, contenuta in un libro basato su interviste con funzionari israeliani e internazionali, mette al centro responsabilità politiche e rischi per l’intelligence.
Il contenuto dell’inchiesta
Secondo il quotidiano israeliano citato nell’indagine, il colloquio tra il leader emiratino Mohammed bin Zayed (spesso indicato con l’acronimo MbZ) e il premier Benjamin Netanyahu durò circa 45 minuti e sarebbe avvenuto a fine settembre 2023. I giornalisti autori del libro affermano di aver raccolto decine di testimonianze, alcune di alto livello, che riferiscono di un avvertimento su piani di attacco da parte di Hamas.

Tre funzionari stranieri, sempre secondo il volume, avrebbero poi avuto notizie sul contenuto della chiamata. Un consigliere vicino a MbZ è citato come testimone diretto della conversazione.
La smentita ufficiale
L’ufficio di Netanyahu ha respinto con forza le accuse: la risposta formale parla di «una completa falsità», negando sia la conversazione nel periodo indicato sia qualunque avvertimento ricevuto dagli Emirati.
- Cosa viene contestato: un presunto avvertimento prima dell’attacco del 7 ottobre 2023.
- Chi è coinvolto: leader emiratino, primo ministro israeliano, fonti giornalistiche e funzionari stranieri.
- Durata della chiamata: circa 45 minuti, secondo l’inchiesta.
- Risposta ufficiale: smentita categorica dell’ufficio di Netanyahu.
Impatto politico e reazioni dell’opposizione
La notizia ha subito assunto significato politico, perché arriva nel pieno della campagna elettorale. I gruppi di opposizione hanno annunciato iniziative per ottenere chiarimenti e, come riferito da media locali, sono al lavoro su una dichiarazione congiunta di condanna della condotta del primo ministro.

Tra i promotori dell’azione ci sarebbe il leader dei Democratici, Yair Golan, che ha chiesto unità per comunicare agli elettori la propria posizione sulla legittimità politica di Netanyahu. Anche il candidato favorito, Gadi Eisenkot, avrebbe dato disponibilità a aderire alla presa di posizione, mentre si attende una risposta da altri leader come Naftali Bennett e Avigdor Liberman.
Cosa può succedere adesso
Se emergessero prove concrete che un avvertimento è stato effettivamente trasmesso e non girato ai vertici della sicurezza, gli scenari possibili includono richieste di inchiesta parlamentare, maggiore pressione per audizioni pubbliche e un possibile impatto sull’esito elettorale.
Dal punto di vista della sicurezza, la vicenda riapre il dibattito su procedure e responsabilità nella gestione delle informazioni sensibili: come vengono valutati gli alert esterni, chi decide di attivare le risorse operative e quali meccanismi assicurano la condivisione fra politica e apparato di intelligence.
Perché questa storia conta oggi
La rilevanza della rivelazione non è soltanto storica: in vista del voto del 27 ottobre la fiducia degli elettori nelle istituzioni e nella leadership per la sicurezza nazionale è un fattore determinante. Il caso rischia di polarizzare ulteriormente una campagna già segnata dalle conseguenze del conflitto e dalle questioni di sicurezza.
Nei prossimi giorni è probabile che emergano ulteriori dettagli dal libro e dalle fonti citate; allo stesso tempo si attende una posizione ufficiale più articolata sia dall’ufficio di Netanyahu sia dalla diplomazia emiratina. La vicenda resterà al centro del dibattito politico finché non saranno chiariti tempi, contenuti e interlocutori della presunta telefonata.
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Giornalista esperto, Alessandro Bianchi guida il lettore nell’attualità italiana e internazionale con passione e precisione. Il suo approccio didattico rende l’informazione accessibile a tutti.