Esistono due indicatori principali che riflettono le variazioni economiche globali: il petrolio e l’oro. Al momento, l’oro sembra non risentire particolarmente delle azioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Infatti, il prezzo del metallo prezioso ha iniziato a salire notevolmente ben prima delle elezioni presidenziali americane di novembre, avvicinandosi ora alla soglia dei 3.000 dollari l’oncia.
D’altra parte, il petrolio sembra essere influenzato negativamente dagli effetti delle politiche di Trump. La possibile recessione che potrebbe colpire gli Stati Uniti, nonostante ci siano opinioni divergenti al riguardo, potrebbe avere un impatto significativo sul prezzo del greggio, già in difficoltà.
Possibilità di investimento?
Le incertezze generate da Trump stanno creando tensioni nell’economia americana e internazionale. Cosa potrebbe succedere quindi? “Per ora, dal punto di vista macroeconomico, non sembriamo diretti verso una recessione”, osserva Renato Viero, consulente finanziario indipendente, “ma se la recessione dovesse verificarsi a causa delle politiche economiche di Trump, è plausibile prevedere un trend decrescente per il petrolio”. Quindi, potrebbe profilarsi ulteriormente un calo dei prezzi del greggio. “Ci troviamo in un momento interessante perché, negli ultimi cinque anni, nel periodo post-Covid, il petrolio ha sempre trovato un sostegno intorno ai 60 dollari. Vedremo se la situazione si ripeterà. In tal caso, l’attuale fase di ipervendita potrebbe trasformarsi in un’opportunità di acquisto a breve termine”.
Petrolio e guadagni
Attualmente, il Brent, il petrolio estratto dal Mare del Nord, si aggira intorno ai 71 dollari al barile. È quindi cruciale monitorare la soglia dei 60 dollari. Questo livello è considerato importante anche da Hannes Loacker, gestore di fondi azionari per i mercati sviluppati presso Raiffeisen Capital Management: “Un prezzo del petrolio pari a 60 dollari al barile di Brent permette ancora alla maggior parte delle compagnie di ottenere rendimenti elevati che, puramente dal punto di vista finanziario e senza considerare altri fattori come la transizione energetica o la sostenibilità, potrebbero rappresentare un argomento a favore della permanenza in questa classe di asset”.
“Drill baby drill”
Nel mercato del petrolio, ovviamente, non ci sono solo gli Stati Uniti di Trump, ma anche altri paesi produttori. “I paesi Opec+ hanno deciso di ridurre gradualmente i tagli alla produzione a partire da aprile”, ricorda Loacker. “Sebbene l’entità esatta della produzione aggiuntiva di petrolio che questi paesi porteranno sul mercato rimanga incerta, i segnali stanno diventando sempre più chiari: il mercato del petrolio rimarrà presumibilmente sovraccarico per tutto l’anno”. Loacker aggiunge: “Le politiche tariffarie caotiche ed erratiche di Trump, che spesso annuncia dazi e poi li sospende, generano incertezza a livello globale. Questa incertezza può rallentare la crescita economica, poiché le aziende e gli investitori possono diventare più cauti e potrebbero decidere di posticipare gli investimenti. D’altra parte, è improbabile che il mantra di Trump ‘drill baby drill’ porti a un aumento significativo della produzione di petrolio negli USA, dato che le compagnie si concentrano principalmente sulla massimizzazione dei ritorni e del flusso di cassa”.
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Esperta in finanza, Giulia Moretti analizza con rigore le tendenze economiche e i movimenti del mercato. Traduce la complessità finanziaria in informazioni semplici per permetterti di fare scelte consapevoli.