Le famiglie europee dispongono di una ricchezza privata consistente, ma spesso la parcheggiano in strumenti molto conservativi: questo comportamento ha effetti concreti sui rendimenti reali e sulla capacità di accumulare capitale nel tempo. Un rapporto del 2026 di Università Bocconi, Equita e il Centro Baffi mette a fuoco le ragioni di questo fenomeno e mostra perché le politiche pubbliche finora adottate non sempre spingono davvero gli investimenti azionari.
Nel complesso, gli asset liquidi dominano i portafogli continentali: circa il 31% delle attività finanziarie delle famiglie europee è mantenuto in contanti o depositi, contro il 14% registrato negli Stati Uniti. La componente azionaria pesa mediamente il 37% in Europa, contro il 47% oltreoceano.
In Italia la preferenza per la liquidità è ancora più marcata: i conti e i depositi rappresentano il 27,7% della ricchezza finanziaria, il doppio rispetto alla Svezia (13,5%). La quota di partecipazione azionaria diretta degli italiani è estremamente contenuta, pari al 6,4%, mentre nel Regno Unito arriva al 18,7%.
Il risultato pratico è un costo opportunità tangibile per i risparmiatori: lo studio stima una perdita di rendimento reale annuo compresa tra 1,2 e 1,8 punti percentuali negli ultimi vent’anni rispetto a una maggiore esposizione azionaria.
Perché il solo sgravio fiscale non basta
Il rapporto analizza gli schemi di incentivazione disponibili in Europa — dai conti di risparmio agevolati agli strumenti con vincoli territoriali — e conclude che la fiscalità agevolata è necessaria ma non decisiva. Quello che conta di più, osservano gli autori, è la semplicità operativa, la libertà di accesso ai capitali e l’assenza di barriere che frenano il comportamento degli investitori retail.
Strumenti pensati per obiettivi industriali stringenti, con vincoli di investimento complessi o obblighi di concentrazione su determinate imprese, tendono ad avere una scarsa diffusione. Al contrario, i programmi che permettono ampia diversificazione e prelievi senza troppe penali attraggono molto più capitale.
Esempi concreti: cosa funziona e cosa no
Il documento confronta le esperienze di diversi Paesi. In Italia i Piani Individuali di Risparmio (PIR), introdotti nel 2017, offrono benefici molto generosi — compresa l’esenzione fiscale su redditi e successioni — ma richiedono cinque anni di permanenza e impongono che almeno il 70% degli investimenti sia in società italiane, con quote stringenti sulle small cap. Questa struttura complessa ha limitato l’adozione: i PIR coinvolgono circa l’1,5% della popolazione adulta e raccolgono solo lo 0,5% della ricchezza finanziaria nazionale.
Il modello francese del Plan d’Épargne en Actions (PEA), attivo dal 1992, consente versamenti significativi (fino a 225.000 euro nella versione per piccole e medie imprese) ed esenta le plusvalenze dopo cinque anni, con l’unico vincolo rilevante di investire in prevalenza nell’area europea. Il PEA ha una diffusione più solida rispetto ai PIR, circa il 13,4% degli adulti, ma trova concorrenza forte dai prodotti assicurativi.
All’altra estremità si colloca il modello britannico degli Individual Savings Accounts (ISA), in vigore dal 1999: tetto annuo di 20.000 sterline, piena esenzione fiscale e nessun vincolo geografico o sulla durata del vincolo. La possibilità di prelevare liberamente ha reso gli ISA molto popolari, presenti nel 39,2% delle famiglie britanniche e rappresentando il 19,5% della ricchezza finanziaria del Paese.
- Cosa favorisce l’adozione:
- facoltà di prelievo senza penalità;
- ampia libertà di diversificazione geografica e settoriale;
- procedure semplici e comunicazione chiara sui vantaggi.
- Cosa frena l’adozione:
- vincoli obbligatori su percentuali e settori (rischio di concentrazione);
- durate minime troppo rigide o condizioni complesse per ottenere i benefici;
- scarsa familiarità degli investitori e processi burocratici.
Per i policy maker la lezione è netta: ridurre le tasse può essere una leva utile, ma senza ripensare il design degli strumenti e le modalità di accesso il comportamento dei risparmiatori difficilmente cambierà. Conta tanto la pratica quotidiana — come si apre un conto, quanto è semplice modificare una posizione, quale linguaggio viene usato per comunicare rischi e vantaggi — quanto l’entità dell’agevolazione.
Per i risparmiatori italiani la sfida è quindi duplice: migliorare l’alfabetizzazione finanziaria e avere a disposizione prodotti che coniughino tutela e flessibilità. Sul fronte pubblico, invece, il monito è di disegnare incentivi che rispecchino i comportamenti reali delle famiglie, non solo obiettivi macroeconomici o industriali.
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Esperta in finanza, Giulia Moretti analizza con rigore le tendenze economiche e i movimenti del mercato. Traduce la complessità finanziaria in informazioni semplici per permetterti di fare scelte consapevoli.