Pir sotto accusa: risparmio gestito non sostiene l’economia reale

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Negli ultimi tre anni i Pir obbligazionari sono stati l’unico segmento dei piani individuali di risparmio a registrare afflussi costanti, ma la destinazione dei capitali solleva dubbi sul loro ruolo reale: invece di sostenere le piccole e medie imprese, i flussi finiscono prevalentemente nelle emissioni dei grandi gruppi finanziari e industriali. Questa dinamica ha implicazioni immediate per il tessuto produttivo italiano e per la diversificazione del risparmio delle famiglie.

Un’indagine condotta da Plus24, con dati della piattaforma Mpower.finance, ha passato in rassegna i titoli presenti nei portafogli di oltre cinquanta prodotti Pir obbligazionari. La fotografia che emerge è chiara: l’esposizione verso **minibond** e obbligazioni delle Pmi non quotate è praticamente inesistente, mentre la quota rilevante del patrimonio è concentrata su grandi emittenti — in particolare istituzioni bancarie e società energetiche.

Cosa dicono i numeri

Nel complesso i Pir obbligazionari gestiscono oltre 5 miliardi di euro. Gran parte di questi attivi è distribuita su bond di gruppi finanziari quotati in Borsa, con poche tracce di titoli destinati direttamente a sostenere l’economia reale delle piccole imprese.

Emittente Esposizione stimata (milioni €)
Intesa Sanpaolo 350+
Banco BPM 297
BPER 270
UniCredit 266
Assicurazioni Generali 237
Enel 190
Mediobanca 186

I dati mostrano anche casi in cui società di gestione legate a gruppi bancari detengono obbligazioni emesse dallo stesso gruppo: per esempio, nei Pir gestiti da Eurizon Capital risultano circa 82 milioni investiti in bond di Intesa Sanpaolo, ossia una quota significativa dell’esposizione complessiva verso quell’emittente.

Composizione dei portafogli e settori dominanti

Analizzando la ripartizione del patrimonio emerge una forte predominanza del settore finanziario: circa 40,8% del patrimonio è investito in obbligazioni di gruppi bancari e finanziari. Seguono le emissioni di enti a controllo pubblico (Cdp, Poste, Ferrovie, ecc.) con il 3,3% e i titoli di Stato italiani con una quota limitata, intorno al 3%.

La restante parte dei portafogli è concentrata in corporate bond di grandi gruppi operanti soprattutto nei settori dell’energia, delle utilities e delle infrastrutture: tra i nomi più presenti figurano Enel, Eni, Snam, Terna, Autostrade per l’Italia (Mundys), Fibercop, Prysmian, Webuild, Inwit e Iren.

Perché conta adesso

  • Impatto sulle Pmi: la scarsa allocazione verso minibond e strumenti dedicati alle piccole imprese riduce la capacità dei Pir di favorire la crescita del tessuto produttivo locale.
  • Concentrazione del rischio: un’elevata esposizione a pochi grandi emittenti aumenta la vulnerabilità dei portafogli a shock settoriali o idiosincratici.
  • Conflitti di interesse potenziali: investimenti di gestori in obbligazioni del proprio gruppo sollevano interrogativi su obiettività e trasparenza.
  • Scarsa diversificazione rispetto al debito sovrano: la bassa presenza di BTP cambia il profilo rischio/rendimento dei prodotti rispetto a quanto atteso da molti risparmiatori.

Per chi pensa ai Pir come a uno strumento in grado di convogliare capitali verso le Pmi — e di sostenere l’occupazione e l’innovazione locale — i risultati del monitoraggio indicano che la realtà è meno nitida. Le risorse raccolte finiscono per alimentare principalmente grosse emissioni corporate, spesso di gruppi già ampiamente capitalizzati sul mercato.

Resta da vedere se gli operatori, gli investitori e le autorità adotteranno misure per migliorare la trasparenza delle scelte di investimento e incentivare un maggior afflusso di risorse verso strumenti realmente orientati alle piccole e medie imprese. Nel frattempo, per gli investitori retail il dato principale da considerare è chiaro: sotto l’etichetta “PIR obbligazionari” si cela oggi una forte esposizione ai grandi gruppi, non un canale diretto di finanziamento delle Pmi.

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