Biodesigner cambiano regole del gioco: impatto su salute, cibo e lavoro

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Cinque creativi stanno trasformando ciò che fino a ieri era considerato rifiuto naturale — funghi, insetti, batteri — in materiali concreti per l’abitare, la moda e il design industriale. Il cambiamento non è solo estetico: apre nuove strade per la circolarità, riduce dipendenze dalle materie prime tradizionali e pone interrogativi pratici e normativi che interessano consumatori, imprese e amministrazioni locali.

Marlène Huissoud lavora con insetti e prodotti apicoli per ricavare materiali e per ripensare la convivenza urbana con altre specie. Cresciuta in una famiglia di apicoltori, ha esplorato usi alternativi della cera e della propoli — dal rivestimento del legno a pezzi d’arredo costruiti attorno ai bozzoli di insetti — privilegiando processi lenti che valorizzano l’ecosistema invece di sfruttarlo.

Il suo progetto di contenitori realizzati con migliaia di bozzoli di baco da seta è un esempio: i bozzoli vengono impiegati senza uccidere gli animali e fissati con bioresine a base di cera d’api, enfatizzando non solo l’oggetto finito ma anche la durata e i tempi della lavorazione.

Gionata Gatto ha teorizzato il design multispecie, spostando il baricentro progettuale dall’antropocentrismo verso una prospettiva che considera piante, funghi e micro-organismi come partner. Oggi a Dubai, dove contribuisce a ridefinire i curricula accademici, costruisce scenari in cui sistemi vegetali filtrano metalli pesanti o diventano nodi attivi di un progetto — non semplici “risorse” ma attori della filiera.

Maurizio Montalti applica i miceli per creare materiali compositi: i funghi colonizzano substrati a base di scarti agroindustriali o di falegnameria, generando pannelli fonoassorbenti, piastrelle resilienti e persino alternative alla pelle. La sua azienda, MOGU, ha già portato sul mercato soluzioni per interni che promettono durabilità certificata e compostabilità a fine vita, aprendo potenzialità reali per l’interior design sostenibile.

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Teresa Van Dongen sperimenta con batteri che generano energia o luce: alcune sue lampade non si limitano a simulare l’illuminazione, ma la estraggono da circuiti biologici in cui i microrganismi trasferiscono elettroni. L’approccio mette in comunicazione tecnologie quotidiane con scoperte di laboratorio, mostrando possibili alternative a fonti tradizionali e nuovi linguaggi per l’oggetto domestico.

Omer Polak lavora sull’esperienza sensoriale e sulle conseguenze della rarefazione degli ambienti naturali. Il suo progetto olfattivo ricostruisce paesaggi perduti attraverso combinazioni di molecole e suoni registrati in foreste reali, stimolando riflessioni sul valore emotivo e psicologico della natura e su come potremmo “riprodurla” artificialmente in futuro.

Designer Base Materiale/Metodo Applicazioni principali
Marlène Huissoud Londra Cera d’api, bozzoli, propoli Mobili, oggetti d’arredo, rifugi per insetti
Gionata Gatto Dubai Approccio teorico: design multispecie Sistemi idroponici, progetti di ricerca e formazione
Maurizio Montalti Amsterdam / Italia Micelio su substrati di scarto Pavimenti, pannelli acustici, materiali per arredamento
Teresa Van Dongen Paesi Bassi Batteri elettrogeni, interfacce biologiche Illuminazione biologica, oggetti interattivi
Omer Polak Israele Ricostruzione olfattiva Installazioni sensoriali, ricerca speculativa

Perché tutto questo conta ora
– Riduzione dei rifiuti: molti materiali nascono da scarti industriali o agricoli, chiudendo cicli produttivi.
– Decarbonizzazione indiretta: sostituire materiali sintetici con biocompositi può abbassare l’impronta ambientale delle filiere.
– Nuove economie locali: molte lavorazioni si prestano a produzioni de-localizzate e a filiere corte.
– Regolazione e sicurezza: prodotti biologici richiedono protocolli di controllo e standard diversi da quelli dei materiali tradizionali.

La transizione non è priva di ostacoli. Oltre alla ricerca e allo sviluppo necessari per stabilizzare prestazioni meccaniche e durabilità, restano questioni normative, igieniche e di scalabilità. Misurare il ciclo di vita, definire certificazioni e verificare l’impatto su biodiversità e salute pubblica sono passaggi indispensabili prima che soluzioni biologiche possano sostituire su larga scala materiali consolidati.

Un possibile percorso pratico per i professionisti
– Testare prototipi: integrare piccole serie nei progetti pilota per valutare performance e accettazione del pubblico.
– Collaborare con biologi: far dialogare designer, scienziati e regolatori fin dalle prime fasi.
– Documentare cicli: rendere trasparente la provenienza degli input biologici e le modalità di fine vita.

Il biodesign sta diventando uno spazio dove teoria, arte e industria si incontrano: non si tratta solo di inventare nuovi prodotti, ma di ripensare ruoli e relazioni tra esseri viventi e spazi costruiti. Le sperimentazioni di questi cinque progettisti mostrano che, oltre alle suggestioni estetiche, esistono applicazioni pratiche pronte a entrare nelle case, nei negozi e nelle città — a patto che la ricerca mantenga rigore scientifico e che la normativa sappia tenere il passo.

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